LINEE GUIDA

Il gruppo si impegna in percorsi di riflessione e di confronto diversificati in base alla tipologia dei partecipanti. Stare bene vuol dire riconoscere e nutrire i diversi aspetti somatici, emotivi, intellettuali, spirituali, sociali della nostra vita.Quando si va incontro a deprivazioni fisiche e/o mentali e/o sociali, si perde la propria euritmia. Se non si riconosce che la causa del proprio male-essere è intrinseca alla personale esperienza di vita, si delega al medico la capacità di guarigione. Ritrovare la capacità di bene-essere significa rielaborare la propria identità avendo coscienza del valore della propria storia e delle proprie relazioni.

Desiderare l'altro è condizione preliminare all'incontro.

L'esperienza dell' "attesa" permette ad ognuno di confrontarsi con dimensioni, ritmi, immagini di sé diverse e in divenire.
Questo lavoro "procreativo" è fondato sul desiderio (che è sempre desiderio di una relazione), perciò la persona non può esprimersi autenticamente in una mentalità basata sul possesso. Ha bisogno piuttosto di trovare in sé un linguaggio che le consenta di incontrare l'altro e di aprirsi alla condivisione, senza scindere la propria vita in personale e professionale, crescita e regressione, assistenza e cura, sogni e realtà, animus e anima. Incontrare l'altro significa ascoltarlo, riconoscere le differenze, viverle come opportunità e non come ostacoli, scoprire un linguaggio comune che consenta la comprensione dei bisogni di ciascuno, la condivisione , che rafforzi le connessioni e non le gerarchie, che potenzi la capacità delle persone di guadagnare l'autonomia di pensiero.
Ogni individuo a partire dal proprio genere e dalle proprie scelte di vita può raggiungere il benessere riconoscendo le proprie capacità personali e avendo consapevolezza che la conoscenza è fatta di pensiero e di emozioni. Autoriconoscersi una dimensione di soggetto nelle attività di aiuto significa affermare la propria identità di genere (femminile o maschile), liberandosi da una dimensione "neutra e prescrittiva".
Nelle relazioni di cura non basta adeguarsi ad una astratta regola morale, ma è necessario sentire l'appartenenza ad una stessa umanità.Per mettere tutti, anche i più deboli, nelle condizioni di partecipare alla società, è importante costruire, oltre che tutelare, nuove modalità di convivenza che abbiano come criterio i bisogni delle persone.
E' necessario rimuovere gli stereotipi culturali di razionalità/ emotività,di potenza/debolezza, di autonomia/ bisogno, di controllo/indipendenza, chiarendone l'influenza sulla nostra identità, ruoli e comportamenti; smascherare i modelli convenzionali a cui a volte si costringono le relazioni ad adattarsi; evitare di riprodurre (specie con culture non autoctone) stili di leadership e di lavoro tradizionali; dare ascolto ad una molteplicità di voci.
In questo modo ognuno può vivere col massimo di benessere concesso dalle proprie condizioni di salute e trarre benessere dalla consapevolezza di essere inserito attivamente nella realtà quotidiana.
Il processo di cura diventa così una occasione di crescita e di apprendimento per entrambi i soggetti coinvolti nelle relazioni.